venerdì

Vivere a Londra

Comprate il nuovo numero di Internazionale. Compratelo e leggetevi tutto lo specialone su Londra, ne vale la pena. L'editoriale di Giovanni De Mauro dice

Il sociologo tedesco Ulrich Beck propone di abbandonare la parola "globalizzazione". Meglio "cosmopolitismo". Perché descrive in modo più efficace il contesto di reale interdipendenza in cui viviamo, con le sue opportunità (consumi e stili di vita) e i suoi rischi (il terrorismo). Il cosmopolitismo ci spinge a considerare gli altri positivamente, aggiunge Beck, senza tuttavia annullare le differenze. A Londra si parlano più di trecento lingue e convivono almeno cinquanta comunità di origini diverse. A Londra un terzo degli abitanti è nato all'estero. Per questo la città più cosmopolita del mondo è anche la nostra capitale. Che si sforza di integrare ma non pretende di assimilare. Che accetta i conflitti e cerca di risolverli. E che è così forte da accogliere i suoi stessi nemici. Perché, come ha scritto il filosofo britannico John Gray, purtroppo non abbiamo scorciatoie: "Il terrorismo non viene da fuori. Fa parte della società in cui viviamo".

In allegato al numero c'è un poster con varie mappe di Londra che mostrano per esempio le zone a maggiore concentrazione di mussulmani, di indiani, di ebrei, di sikh, di bianchi britannici etc etc. Da queste si evince come a Londra in definitiva non ci siano ghetti, ci sono sì zone a grandi concentrazioni di individui appartenenti ad un gruppo specifico ma non si raggiunge praticamente mai la maggioranza schiacciante come nei ghetti americani.
Grazie a questo poster poi sono venuto a conoscenza che nel censimento nazionale del 2001 l'un per cento dei londinesi ha risposto di appartenere alla religione "jedi". Come si fa a non amare questa città?

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