lunedì

Vita

Oggi, a distanza di ben undici mesi, mio padre è ancora vivo. Se vita può chiamarsi. Ha la parte destra del corpo completamente paralizzata, è incontinente, non può parlare, il suo cervello è "una ragnatela di ischemie" [altra metafora medica], ha un aneurisma all'aorta di tre centimetri e si rende perfettamente conto della sua situazione. Ma è vivo. Perché, sappiatelo, per la medicina moderna l'importante è che una persona sia viva. Quando mio padre è arrivato in sala operatoria, lo scorso primo febbraio, aveva la pressione sotto i 50, era stato più di quattro ore senza ossigeno al cervello [così dicono i paramedici, visto che quando lo hanno trovato in casa sua, il sangue era già parzialmente coagulato e dei lividi avevano già iniziato a formarsi sulle sue ginocchia]. Non volevano operarlo, era una situazione tragica, senza alcuna speranza di sopravvivenza. Poi un rianimatore pieno di zelo l'ha defibrillato talmente tanto da riuscire ad alzargli la pressione a 60, soglia minima per consentire ai chirurghi di salvargli la vita.
Tratto da qui

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