mercoledì

Immolarsi nel fuoco

Una delle immagini che più sono rimaste impresse della guerra del Vietnam è quella dei monaci buddhisti che per le strade di Saigon tra il maggio e l'ottobre del 1963 si diedero fuoco cospargendosi di benzina per protestare contro il regime sudvietnamita (una di quelle foto è diventata la famosissima copertina del primo omonimo disco dei Rage Against The Machine).
Ma per gli asceti orientali questa estrema forma di protesta non è stata una novità di quegli anni, già dal V secolo abbiamo infatti fonti cinesi che attestano di asceti immolatisi col fuoco. Con i secoli è stato codificato un rituale che pur non essendo ufficiale è stato sempre scrupolosamente seguito: viene innalzata una pira di fronte ad una statua del Buddha, l'asceta di sera officia i riti e consuma una "ultima cena" con i monaci dopo il lungo periodo di isolamento; durante la notte arriva alla pira insieme ad un corteo, qui fa le ultime offerte di incenso e scambia le ultime parole con i fedeli impartendo un insegnamento e poi entra nella pira. Il monaco affronta impassibile il dolore fisico grazie ad un supremo controllo del corpo restando nella posizione della meditazione; lo stesso dà fuoco alla pira e mentre il fuoco divampa continuano a recitare testi di sutra, molto importanti sono infatti le ultime parole del monaco che si dice influenzeranno la futura rinascita.
L'esempio che gli asceti che si immolano col fuoco seguono è quello di Bhaisajya-raja (in giapponese Yakuo) che bruciò tra le fiamme, dopo aver mangiato grani di incenso, per onorare col fuoco e con profumi il Candra-surya-pradipabuddha che predicava il Sutra del Loto. C'è una grande differenza, per i monaci, tra chi commette seppuku (suicidio rituale dei samurai, detto anche harakiri) e l'immolarsi dei monaci. Chi commette seppuku agisce per se stesso, la morte è la soluzione ad una via senza uscita o l'espiazione di una colpa verso il proprio signore; con il seppuku il suicida recupera buona parte della sua dignità persa. La morte dell'asceta è diversa in quanto il monaco, dopo aver adempiuto ai suoi doveri, in una condizione di purezza e santità abbandona il corpo in un luogo e tempo stabilito, vincendo quindi l'arbitrarietà della morte. Il monaco grazie al suo suicidio diventa santo essendo egli diventato quasi un'offerta preziosa che i fedeli donano alla divinità; e qui ci sono analogie con Gesù che redime i peccati del mondo grazie alla sua crocifissione. Ma Gesù è divinità dalla nascita, i monaci diventano semidivinità grazie proprio al loro suicidio.

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