lunedì

Talk to me so you can see
Non mi piacciono quelle persone che ti giudicano con un'occhiata. Moltissime persone lo fanno, io stesso.
Non riesco a non dare giudizi basati sulla prima impressione, se per strada scorgo un tamarro con gli occhiali da sole a specchio più grandi della sua faccia la prima cosa che mi viene in mente è "che idiota, questo passa le giornate a sognare di essere Costantino". Penso sia naturale.
Eppure lo so che sbaglio, lo so che non è detto che tutti quelli con gli occhiali a specchio enormi siano degli imbecilli semianalfabeti. E' l'eterno dilemma se l'abito faccia o no il monaco. Il vestito rispetta il nostro essere? Se è vero che non sempre è così, che bisogna concedere il beneficio del dubbio, bisogna ammettere però che nell'80% dei casi l'abito fa il monaco. E allora perchè non mi piacciono quelle persone come me che ti squadrano e ti posizionano in determinate categorie? Semplice: mi piacerebbe non essere costretto in una categoria, vorrei che una persona guardandomi solamente non decidesse dove incasellarmi; facendolo io stesso molto spesso, penso che anche gli altri lo facciano guardandomi.
Più che una questione di vestiti penso però che il problema riguardi lo stile: la gente che si uniforma (sia un'uniformità "elegante" sia una "svaccata") non mi dice molto. Ognuno di noi dovrebbe acquisire un proprio stile personale frutto di anni di ricerca. Non sto parlando di un'eccentricità a tutti i costi, per niente.
Mi si dice che il non-figo è l'essere per ha avuto per eccellenza un rapporto traumatico con i vestiti a causa soprattutto di infelicissime scelte materne nell'abbigliamento. Io mi reputo orgogliosamente non figo ma per fortuna non ho dovuto subire l'umiliazione da bambino di un vestiario in linea con la moda di tre generazioni prima. Quali conseguenze comporti questo rapporto distorto tra non-figo e vestiario non so. Forse una rivalsa in età adulta che si manifesta con vestiario eccentrico, forse una totale omologazione. Ma per quanto riguarda lo stile? Il non figo esce rafforzato da queste esperienze oppure il suo stile equivale a quello di un turista tedesco di metà anni '80 in Italia? Aspetto contributi sulla questione.
Come dice perfettamente Roberto Bui: "Ciascuno di noi dovrebbe trovarsi un limite che non sia la censura o il super-io parentale. Senza limiti non si può eccedere, produrre differenze e scarti dalla norma. Senza limiti si può solo recedere. Occorre darsi delle regole per poterle forzare. Autodisciplina. Controllo. Come il controllo dei colpi nelle arti marziali. Non a caso Bruce Lee è stato uno degli uomini più eleganti del secolo. Affinare lo stile è a tutti gli effetti un'arte marziale. Lo stile è resistenza culturale e simbolica, sorta di "zapatismo mentale". Attraverso la cura dei dettagli si esprime il senso di dignità, che non va mai confusa con il "decoro" borghese. La dignità si conquista lottando, scegliendo. Il "decoro" consiste nel non scegliere mai. Dignità: l'africano col caffetano giallo e gli occhiali a specchio leva le braccia al cielo camminando all'indietro, sorriso da stregone rivolto al corteo di migranti di cui è leader estetico pro tempore. Tutti i manifestanti (pakistani, magrebini, centrafricani) sono ben vestiti. Costumi tradizionali o completi all'occidentale. Si sono "tirati" per l'occasione. Brescia, 9 marzo 2001. Anche abbigliarsi è una questione etica. Non parlo solo di vestiti. E' questione di portamento. Essere "cool". Guardate camminare Denzel Washington: cool non significa rigidi. E' l'esatto contrario: arte di non scomporsi, essere il più disinvolti possibile in qualunque occasione. Termine che viene dal jazz, non a caso. Occorre saper improvvisare, giocare con le regole che ci si è dati. Chi ha un palo piantato in culo non potrà mai riuscirci, proprio come chi non si dà regole, codici di comportamento, piccoli o grandi rituali da celebrare. C'è qualcosa di sacro nello scegliere come vestirsi. Riaffiorano immagini di vestizioni cerimoniali. "Ancient to the future", per dirla con l'Art Ensemble of Chicago"

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